Quel 2005 di cui ti vado parlando stava oramai giungendo al termine. Già la parola fine, se ben ricordi, era stata quasi scritta, in calce all'opera che il vecchio Zambo stava producendo in quel frangente. Ma mentre se ne stava bel bello a pensare come concludere il quarto, arduo, compito, ecco che in agguato lo colse di spalle quel che già in passato l'aveva vinto di sorpresa.
Quel povero vecchio Zambo era dunque un ricettacolo di difetti, di pecche, di magagne e di macchie destinate a ripetersi e ripetersi? Errare umanum est, perseverare diabolicum? Sì.
Ed ecco che, mentre si accingeva a terminare un'altra prodigiosa fatica, il nostro fu dunque distolto da un nuovo momento di disattenzione: forse l'atmosfera di giostre di cui parlava qualche brano prima, forse l'autocompiacimento per un capitolo uscito in modo particolarmente brillante, forse solo la voglia di una piccola fuga, ma lo sguardo di colui che da qualche tempo ti intrattiene si perse, ad inseguire tra le nubi "un palloncino che se ne vola".
E non tornò più, né il palloncino né lo sguardo né l'attenzione del vecchio Zambo: tanto che il lavoro al quale già da tempo stava dedicando le sue fatiche si concluse così. Restò, per distrazione, "incompiuto".
E dunque il vecchio Zambo ti saluta di nuovo, per un po', a rimuginare e digerire un'altra annata. Con un inchino ed un sorriso.
Il buon vecchio Zambo non se la sentiva ancora di concludere questa storia che stava raccontando... certo, oramai la parola "fine" era lì lì che incombeva, ma stava ancora abbastanza comoda dentro la penna dell'autore, e così non si decideva ad uscire.
Le fiabe si erano compiute, i personaggi si erano accasati, il rospo incantato se ne era tornato principe, "tuttavia" il nostro qualcosina da dire, ancora, ce l'aveva. E forse per la sorpresa, forse per un abile colpo di teatro, il brano che oggi andrai ad ascoltare è particolarmente caro al vecchio Zambo, dacché egli ha sempre ritenuto di aver qui trovato una sorta di magia, un equilibrio di sonorità, una impostazione miracolosa che gli fece pensare, fin da subito: "oh! stavolta son stato proprio bravo". Chissà se la penserai così anche tu, dopo averlo ascoltato.
Correva ancora l'anno 2005, anno che fu per certi versi assai comune, ma che come già sai diede i natali alla quarta fatica del vecchio Zambo, proprio il lavorìo che in questi giorni stai ascoltando.
Ma come tutte le cose belle che passano in fretta, e come anche le cose brutte che sembran più lunghe ma prima o poi finiscono lo stesso, anche questa fiaba più o meno armonica stava andando incontro ad un termine. Con la leggerezza di una parola sparsa nel vento, le storie che il nostro voleva raccontare riecheggiavano ancora, ma parevano un po' più distanti. I personaggi che hai incontrato avevano raggiunto la loro soddisfazione, le immagini che ti si son parate davanti avevano completato il loro risplendere, le situazioni irrisolte si avviavano oramai ad una lieta risoluzione, come in ogni fiaba che si rispetti.
E tutti vissero felici e contenti. Oppure, come era solito finire le sue che non erano fiabe ma favole uno che è stato sicuramente più celebre del nostro buon vecchio Zambo (che, come avrai digià capito, non perdeva occasione e non si faceva scrupolo di mutuare da altri idee che riteneva brillanti), "larga è la foglia, stretta la via", dite la vostra che io ho detto la mia.
Si respirava ancora aria di mercato e di fiera, in quel 2005 oramai così vicino ai giorni nostri. Il vecchio Zambo si figurava che il tumulto creativo di cui ti ho parlato rassomigliasse ad una specie di gran carnevale, o di circo, o di lunapark, che si spostasse zingaro di qua e di là: per rallegrare i bambini e raggirare gli stolti.
Ecco che allora egli si finse giostraio, aprendo un improbabile "labirinto degli specchi" in quel rumoroso campo di sorprese e stupori e piccoli affari e giochi non sempre puliti.
Ed ecco che, nonostante tutto quel che ti ho detto pochi giorni or sono, al vecchio Zambo si aprirono le cateratte della mente, e ne uscì un gran fluire di pensieri, parole, idee, parapiglia e tutto il resto. Un bel giorno di quel 2005 di cui ti vado narrando, si scatenò, per così dire, l'inferno creativo. Non è che si fosse scatenato questo granché, né che fosse un inferno poderoso e tumultuoso come Dante ci ha insegnato ad immaginare... ma comunque, un po' di caciara si fece.
Il buon vecchio Zambo mise ordine a modo suo in tutto il buridone, cercando di armonizzare l'armonizzabile e di fare armonia del resto. In uno scambio frenetico, in una compravendita di rumori e suoni, quasi fosse "giorno di mercato", andrai presto a scoprire quel che ne è saltato fuori, quel che sta pian piano dando forma alla quarta fatica del nostro.
Il vecchio Zambo amava tante cose, oltre alla musica. E una di queste, abbastanza in alto nelle classifiche di popolarità tra i passatempi del nostro eroe, era senza dubbio la letteratura. Tra tutte le molte migliaia di storie che nei secoli si son scritte, una in particolare ha sempre stuzzicato il pensatoio dell'indomito musico: si tratta del viaggio surreale di "Alice nel paese delle meraviglie", scritto e diretto dal buon Lewis Carrol.
Tu lo sai cosa succede a stuzzicare il pensatoio del vecchio Zambo: bene che vada, ne esce musica. Non ci crederai, ma fu proprio quello che accadde anche questa volta. Tanti altri, prima del vecchio Zambo, avevano già messo mano a questa storia per trarne canzoni (la mirabile "White rabbit" dei Jefferson Airplane, per esempio). Poteva dunque il nostro esimersi da cotanto cimento? No che non poteva, suvvia! Fu così che prese corpo, forma e sostanza la "fanfara del coniglio col panciotto".
C'era un tempo in cui il vecchio Zambo aveva moltissimi pensieri, tante idee che abitavano la sua testolina fantasiosa, e questo tempo non era poi così lontano. Né così istantaneo e puntuale come in effetti potrebe sembrare: egli aveva spesso un traboccare di temi che pascolavano bradi per le praterie della sua mente.
Accadeva però che, a volte, tutto ciò stentasse a prender corpo, a darsi forma più o meno armonica, o a materializzarsi in qualsiasi altra veste comunicabile con l'esterno. Una considerazione dunque nacque, andando ad aumentare la già variegata popolazione del sovraffollato attico del nostro. Egli cominciò a pensare che tutte queste creaturine non pascolassero brade per una sconfinata prateria, ma fossero costrette a condividere uno spazio più o meno angusto, fossero come semiprigioniere in una grande sorta di gabbia, e il più delle volte fosse per loro faticoso uscirne.
La "ballata nella voliera" che oggi il vecchio Zambo ti propone non è altro che la danza leggera di tutti questi filosofeggiamenti barocchi, al confino nella sua disordinata immaginazione.