Macondo, nonostante tutto, era un paese ancora giovane. Talmente giovane da non avere ancora un cimitero, perché nessuno vi era ancora mai morto. Finché toccò al vecchio zingaro, quello che arrivava tutti gli anni a portare il circo e il carnevale e le vecchie cianfrusaglie con cui si abbindolavano gli illusi. Questo accadeva molto, molto tempo prima. Il vecchio Zambo decise che questo ramingo, che tanta parte aveva avuto, seppure un po' in ombra, nella fondazione del villaggio e nel suo mantenimento, che aveva scelto di tornare a riposare le sue ossa proprio laggiù, meritava tutti gli onori.
Fu così che, quando giunse per lui l'ora fatale, non solo tutta quanta la popolazione, ma anche il nostro vecchio compositore si adoperò perché "i funerali di Melquiades" passasero alla storia, almeno quella di Macondo. E fu davvero un evento unico, dalle conseguenze inimmaginabili: infatti la sua dipartita permise al regno dei morti di conoscere dell'esistenza della giovane Macondo, e a Prudencio Aguilar, fantasma, di andare ad infestare la tranquillità dei Buendia.
Il vecchio Zambo non poteva non arrivare ad incontrare uno dei personaggi più famosi di tutta questa vicenda, non se la sentiva proprio di passarlo sotto silenzio nella sua trasposizione più o meno armonica. Il giovane Aureliano Buendia nemmeno sapeva cosa fosse, la politica, quando frequentava la casa dell'alacalde di Macondo. Ma quando scoprì, come fosse la cosa più naturale del mondo, che le elezioni erano state truccate, decise che non lo sopportava. E così scatenò la guerra civile in tutto il paese, raccattando di qua e di là i disperati di ogni villaggio, e facendoli soldati.
Il prossimo capitolo della storia che il vecchio Zambo va prendendo in prestito questa volta, dunque, è dedicato al colonnello e alle sue "trentadue guerre perdute".
Al vecchio Zambo piacque fare una capatina anche al di fuori del piccolo paesino di Macondo, ma non poi così tanto: appena al di là del fiume. Perché devi sapere, ragazzo mio, che dopo una delle mirabolanti feste di Aureliano Secondo Buendia arrivarono a frotte gli stranieri, con un treno dai vagoni di cristallo. Attirati dalla fiorente e mirabolante coltivazione delle banane, i gringos si stabilirono fuori dall'abitato, costruirono le loro case col tetto di zinco e recintarono tutto col filo spinato e l'alta tensione. Rinchiudendosi in una "capponiera elettrificata".
Un altro omone, ma questo l'hai già incontrato, aveva sollevato la tenerezza del nostro vecchio Zambo. Un altro vecchio, oramai, che non ci stava nemmeno più tanto dentro con la testa, poverino. Si lasciava abbindolare, cedeva enormi fette di ricchezza in cambio degli oggetti più strani e mirabolanti, e nemmeno andava a reclamare quando poi non funzionavano.
Ma solo quando minacciò di svellere la casa dalle sue fondamenta, alla ricerca di chissà quale tesoro nascosto da chissà chi, la sua esasperata moglie lo trattò da bestia. In maniera non del tutto ortodossa, lo lasciò "legato sotto a un castagno", proprio al centro del patio. Gli portava da mangiare tutti i giorni, lo accudiva e gli parlava, ma lui se ne stava sempre zitto e perduto, al suo scomodo guinzaglio. E faceva tanta tanta pena a Remedios Buendia.
Perdonerai il vecchi Zambo se non andò proprio proprio in ordine, vero? D'altronde, nemmeno l'opera magna a cui si andava ispirando era stesa proprio proprio in ordine, come dunque rispettare lo scandirsi di un tempo che non c'è?
Saltellando bel bello di qua e di là, il nostro curioso se ne andò ad incappare in un essere enorme, tutto colorato, che faceva ritorno a Macondo dopo chissà quanto tempo, ed era assai diverso dal ragazzetto che se n'era andato. Ora era "uno zingaro ricamato a punto in croce", per utilizzare le parole stesse di sua madre Ursula Iguaran.
E a volte no. Cosa ci vuoi fare, ragazzo mio, di tanto in tanto è la vita stessa che funziona zoppa, figuriamoci le favole. Ma il vecchio Zambo non era solito perdersi in sottigliezze del genere.
Sta di fatto che, dopo un 2006 blues e strumentale per davero, il vecchio Zambo incontrò sul suo cammino un nuovo anno, targato 2007. Permettimi, ti prego, di continuare a trattarlo come fosse un tempo remoto di fiaba, e non il periodo balbettante che tu ed io stiamo vivendo, proprio adesso. Il nostro impavido si addolorerebbe molto di dover uscire dal suo reame di fantasia per doversi confrontare con la attuale realtà dei fatti.
In quel 2007 che poi così lontano non è, dicevamo, il vecchio Zambo rimise le mani sul MIDI, ricominciò a lasciare alla macchina l'onere di eseguire quel che la sua mente bislacca decideva di ordinare in suoni ed intervalli, più o meno armonicamente. Ma non volle tornare al vecchio senza poi introdurre anche qualcosa di nuovo.
La storia che oggi ti vado narrando, e che il nostro eroe si è tanto prodigato per mettere in musica, questa volta non è frutto della sua sola fantasia, forse fuori centro. Come sai, il vecchio Zambo amava pescare a piene mani dai repertori altrui, e questa volta toccò ad un gigante della letteratura mondiale, ed al suo indiscusso capolavoro.
Il nostro irrispettoso si prese dunque i "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez, e timidamente ne fece armonia. Non c'è da stupirsi, dunque, se decise di intitolare questa sua nuova fatica "Cent'anni". La storia non ti sarà raccontata per intero, anche perché un solo album non basterebbe... cent'anni in quaranta minuti, via! Nemmeno Zapotec o il dottor Brown con le loro macchine del tempo riuscirebbero a fare tanto!
Il vecchio Zambo prese solo qualcuna delle tante immagini contenute in quel titanico romanzo, e solo di quelle abusò a suo piacimento. La prima, che oggi ti vene proposta, è "l'ultima meraviglia dei savi Babilonesi": attento a non farti abbindolare anche tu, come capitava fin troppo spesso al povero Jose Arcadio Buendia.