Venne un bel giorno in cui lo gnomolo, Zalanthas, ebbe di nuovo tra le mani un'opportunità assai succulenta. Non si trattò, lo so che stai già pensando male, di un grande classico bello pronto da stravolgere, non questa volta.
No, oggi ti narro di un'altra occasione in cui l'indomito personaggino, che il vecchio Zambo si divertiva a manovrare per le strade polverose di una città virtuale e giovane, ebbe ad assecondare le dirette richieste di un generoso mecenate.
Si trattava, questa volta, di una collega: un'altra musicante della compagnia, questa volta elfa, che aveva desiderio di poter sbandierare una sorta di suo inno personale, un tema musicale dai colori scuri che fosse fatto e pensato per lei sola e per nessun altro. E allora Zalanthas imbracciò gli strumenti, la pergamena e la penna e si produsse in questa "il musico dell'unico", dalle tinte fosche.
Questo lui di cui ti narro oggi, l'avrai intuito, è sempre il buon Zalanthas, lo gnomo. E quel che tanto gli piaceva, ahimé, non era di farsi commisiionare opere al bel comando, per poi farcisi pagare dietro. Cioè, sì, gli piaceva anche quello, ma non è ciò di cui ti narro, almeno non oggi.
A suscitar la fregola dell'indefesso gnomo era l'idea dell'inno per un clan. Tanto più che anche Zalanthas ce l'aveva un clan, ricorderai. E questo clan un inno, ancora, non ce l'aveva. Ci si mise sotto, dunque, e produsse un nuovo brano. Gratis, questa volta. Lo sottopose al giudizio dei confratelli e delle consorelle, parimenti gnomi e gnome, e riuscì a farselo immatricolare come "inno degli gnomi sidhe shee".
Venne il giorno, tanto atteso, in cui lo gnomo Zalanthas riuscì, almeno lui, a capire, finalmente, com'è che ci si sente. E, credimi, ci si sentiva davvero davvero bene! Tanto bene che il vecchio Zambo provò addirittura una puntina d'invidia per quella fortunata creaturina scaturita, in forma piuttosto singolare, dal suo gremito pensatoio.
Lasciami raccontare, per favore, alcuni punti salienti della vicenda. Correvadi già il tempo in cui lo gnomo, industre, militava tra le file di quella che all'epoca si chiamava Compagnia dei Musicanti di Lot. ricopriva, farai assai presto ad indovinarlo, proprio il ruolo di Compositore: questo significava che il suo compito era né più e né meno di quel che sapeva fare meglio, scrivere musica. Ti ha già anche dato alcuni assaggi della sua presunta maestria, ne converrai: orbene, tali assaggi erano però frutto della sua sola fantasia e di una misteriosa ispirazione del momento.
Ma il ruolo di Compositore prevedeva anche altro, ed è proprio quello che andò a verificarsi nel frangente che ci interessa or ora: prevedeva cioè che qualcuno apprezzasse la sua musica, tanto da avanzargli addirittura delle richieste personalizzate. Quale la gioia, in questo minuto essere col rosso cappello a punta, quando nientepopodimeno che un rispettato capoclan dei folletti gli si rivolse con fare di pressate richiesta! Giacché costui (costei, se vogliamo essere puntigliosi) aveva forte desiderio che il suo piccolo popolo sbandierasse un inno suo personale. E proprio al valente gnomo si rivolse, per soddisfare questa sua brama.
Avvenne dunque, e questo è proprio il cuore della vicenda, che per la prima volta, nella breve vita dello gnomo Zalanthas così come in quella senza tempo del vecchio Zambo, ci fu addirittura un profumato pagamanto, alla consegna di questo "inno dei folletti selvaggi", che oggi anche tu hai la fortuna di poter ascoltare.
Quando fuori faceva freddo, in quella città così distante dal mondo che tu ed io abitiamo di solito, gli gnomi usavano radunarsi nella loro tana. Mangiavano, bevevano e facevano chiasso, come tutti quelli che amano divertirsi in compagnia. E, immancabilmente, quando si stava tutti accoccolati vicino al fuoco, con un bel bicchierino di idromele tra le mani, arrivava il momento in cui gli anziani del can cominciavano a raccontare delle storie per i più piccini.
Il buon Zalanthas, malauguratamente, non era tanto tanto bravo con le parole: soleva, il più delle volte,starsene buono buono ad ascoltare, non senza dimenticare di dare un sorso qua ed uno là dal suo bicchierino, di tanto in tanto. E rideva di gusto per le spiritosaggini dei suoi confratelli.
Una sera come tante, però, decise che anche lui avrebbe narrato una fiaba che gli era sempre tanto piaciuta, e che credeva sarebbe andata a genio anche all'allegra combriccola. E siccome non era tanto tanto bravo con le parole, imbracciò il suo fedele flauto e poi, lasciandosi trasportare lui per primo, raccontò a modo suo la storia di "hamelin" e del pifferaio magico.
Lo gnomo Zalanthas altri non era che una delle tante bestiole che, da tempo immemore, abitavano la fantasia sovraffollata del vecchio Zambo: per l'occasione non era stato arrangiato in forma più o meno armonica, ma ne avrai già intuito il motivo, suppongo.
Come dunque poteva astenersi questo gnomo dal cadere a pié pari in una delle pecche che il suo autore tanto aveva a cuore? Si armò dunque di liuti e flautini, e si accinse con grande alacrità a mettere le mani su un brano che già fosse famoso, per riproporlo al suo pubblico.
Ancora si scontrò con le leggi e le usanze della città che abitava: e questo gli limitò di molto la rosa dei candidati. E poi si scontrò con le sue conoscenze tecniche ed armoniche: e questo gli limitò ancora la rosa, già ristretta, dei candidati.
Decise, perciò, di andare a pescare non da autori classici grandemente rinomati, ma dalla folta tradizione popolare delle terre che, in passato, aveva abitato. Meglio: dalla folta tradizione popolare delle terre che il suo imperterrito autore, il vecchio Zambo, abitava più o meno da sempre.
Prese quindi un simpatico brano di questa folta tradizione, e limandolo di qua, tirandolo di là, aggiungendo e togliendo, insomma con un bel po' di paciughi (non dimenticare: era uno gnomo rispettabile!) si produsse questa "zirudela d'la fira": per coloro che son poco avvezzi al dialetto felsineo, altro non è che una "storiella cantata riguardo alla fiera di paese".
Lo gnomolo che oramai impari a conoscere, quello Zalantas di cui ti vado raccontando, abitava in una città giovane: questo già lo sai. Quel che ancora non sai è che le genti di quella città giovane, così diverse tra loro, usavano radunarsi in conciliaboli un po' più uniformi del generalizzato marasma.
Così anche Zalanthas venne a trovarsi coinvolto in un clan: un clan di gnomi, suoi pari. E chiacchierando con questo, e giocando con quello, venne un giorno anche a conoscere un altro gnomo, suo pari. No, non era un suo pari: questo gnomo era in realtà il capo del clan degli gnomi. Un personaggio antico, con una moderna vena poetica. Tanto che, un giorno come tanti altri, appese alla bacheca che dava sull'ngresso della tana degli gnomi un suo componimento.
Cosa dicessero quei versi si è un po' perso nella memoria, dacché queste cose accadevano in un reame che aveva, con messer il tempo, un legame un pochino bislacco. Quel che resta è il titolo di quest'ode. E sai perché resta? Perché il buon Zalanthas ne fu colpito ed attratto, e decise di fare quel che meglio sapeva fare: aggiunse suoni alle parole. Ecco dunque che oggi, lontano lontano da quei posti che ne videro l'origine, e proprio qui, diverso tempo dopo tutti i fattacci, quella poesia riprende un pochino di vita: va a finire che anch'io, narratore in prestito di favole più o meno armoniche, "mi ricordo" come si svolse tutta la vicenda.
Se sei stato attento, ragazzo, avrai certamente notato che il buon Iperbaldo Quondani è, purtroppo, venuto meno: l'idea di partenza si è rivelata malauguratamente troppo sterile. Questo non vuol dire che non sentirai parlare mai più di Iperbaldo Quondani: semplicemente, va covato ancora un po'.
Ma il vecchio Zambo non ama più sentirsi solo: ecco che allora, al posto del povero Iperbaldo, nasce un nuovo progetto, stavolta speriamo sia un po' più proficuo. Ti lascio andare a vedere cosa succede quando sorgono domande tipo: Le idee sono a prova di proiettile?